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ALLA MENSA DELLA PAROLA - AUTORI VARI  

Data inserimento: 17/06/2005
XII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


A incominciare dall'antifona d'ingresso (cf Sal 27,8 9) tutte le letture bibliche odierne hanno come tema centrale quello della «persecuzione», o comunque della difficoltà che il credente incontra, nella vita, proprio a motivo della sua fede e della testimonianza da rendere al suo Signore.
Si legga, ad esempio, il Salmo responsoriale:
«Per te io sopporto l'insulto
e la vergogna mi copre la faccia;
sono un estraneo per i miei fratelli,
un forestiero per í figli di mia madre.
Poiché mi divora lo zelo per la tua casa,
ricadono su di me gli oltraggi di chi ti insulta» (Sal 68,8 10).
Di qui la preghiera accorata per essere liberato, soprattutto perché i più deboli riprendano coraggio:
«Rispondimi, Signore, benefica è la tua grazia...
Vedano gli umili e si rallegrino;
si ravvivi il cuore di chi cerca Dio,
perché il Signore ascolta i suoi poveri
e non disprezza i suoi che sono prigionieri» (vv. 17.33 34).
L'acclamazione al Vangelo riecheggia l'invito del Signore agli Apostoli a rendergli testimonianza: «Lo Spirito di verità mi darà testimonianza, e anche voi mi sarete testimoni» (Gv 15,26 27). L'antifona alla comunione infine riporta le parole di Gesù: «Io sono il buon pastore, e do la mia vita per le mie pecore» (Gv 10, 11. 15).
Come già accennavamo, però, la «persecuzione» è presentata e sentita in questi testi non tanto come un fatto accidentale, sia pure spiacevole, ma come un dato ineliminabile dalla stessa professione di fede: è la fedeltà a Dio in quanto tale che rende «provocatoria» la testimonianza di vita del credente e lo rende perciò «segno di contraddizione», come è avvenuto per Cristo (cf Lc 2,34) e, prima ancora, per i giusti e i profeti dell'Antico Testamento. La prima lettura, infatti, ci riporta una delle più amare «confessioni» di Geremia, in cui il Profeta esprime al Signore tutta la sua desolazione davanti alla congiura, non solo di ostilità, ma perfino di violenza fisica, di fronte alla sua predicazione che metteva sotto accusa tutti in Israele, dal re fino al popolo minuto:
«Sentivo le insinuazioni di molti: "Terrore all'intorno!
Denunciatelo e lo denunceremo".
Tutti i miei amici spiavano la mia caduta: "Forse si lascerà trarre in inganno,
così noi prevarremo su di lui,
ci prenderemo la nostra vendetta "» (Ger 20, 10).
In un momento di depressione spirituale arriva, poco dopo, perfino a «maledire» il giorno della sua nascita, al pari di Giobbe (cf Gb 3,1 26):
«Maledetto il giorno in cui nacqui;
il giorno in cui mia madre mi diede alla luce non sia mai benedetto...
Perché mai sono uscito dal seno materno per vedere tormenti e dolore
e per finire i miei giorni nella vergogna?» (20,14.18)
In questo atteggiamento di estrema desolazione del Profeta ha influito indubbiamente il fatto di sentirsi solo contro tutti, lacerato fin nelle più intime fibre del suo essere e della sua psicologia. Dotato di animo delicato e sensibile, è stato invece inviato «per sradicare e demolire, per distruggere e abbattere» (1, 10); desideroso di pace e di tranquillità, ha dovuto predire la fine del regno di Giuda e la distruzione di Gerusalemme; timido e quasi pauroso degli altri, ha dovuto lottare contro i suoi connazionali, contro i re, i sacerdoti, i falsi profeti, contro tutto il popolo, diventando «oggetto di litigio e di contrasto per tutto il paese» (15,10).
Tuttavia, pur sentendo così acutamente e soffertamente il peso della sua missione, il Profeta non si fa indietro: Dio lo ha «mandato» e gli darà anche forza di vincere tutte le avversioni, anche mortali, dei suoi nemici! «Ti muoveranno guerra ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti. Oracolo del Signore» (1, 19).
Perciò proprio nel passo liturgico odierno egli esprime, dopo e accanto ad accenti di paura e frasi di ribellione, piena fiducia in Dio (20,11-12).La «vendetta», che il Profeta si augura di vedere sopra i suoi avversari, è il giusto «giudizio» di Dio, il quale «scruta il cuore e la mente» di ognuno (v. 12): non un atto di vendetta, dunque, ma un atto di giustizia! L'ultimo versetto esprime la piena sicurezza che Dio ascolterà la preghiera del Profeta, tormentato e impaurito, sì, ma tuttora fiducioso nell'aiuto dall'alto (v. 13).
Proprio per questa misura immensa di sofferenza, sentita fino allo spasimo, sopportata per essere fedele alla sua missione profetica, Geremia è diventato nella tradizione biblica una «figura» di Cristo: molti studiosi pensano perfino che egli abbia fornito non pochi elementi descrittivi alla immagine del «servo di Jahvè» in Isaia 53. Il brano evangelico ci presenta ancora il tema della persecuzione, legato però alla «missione» degli Apostoli: c'è dunque una specie di «continuità» ideale fra la missione «profetica» e quella «apostolica».
Esso è ripreso dal così detto «discorso missionario», in cui Gesù, dopo aver chiamato i Dodici e aver dato loro il «potere» dell'annuncio evangelico e della instaurazione concreta del «regno» guarendo anche le infermità materiali, preannuncia, con molto realismo, le molte persecuzioni di cui essi saranno fatti oggetto (Mt 10, 16 25). Del resto, niente di strano in tutto questo: «Un discepolo non è da più del maestro, né un servo da più del suo padrone... Se hanno chiamato Beelzebul il padrone di casa, quanto più i suoi familiari!» (vv. 24 25).
Ma proprio questa esposizione impietosa all'ostilità, anche mortale, e al pubblico ludibrio potrebbe far crollare i Dodici, come accadrà nella storia della passione, e tutti quelli che succederanno a loro nella identica missione di annuncio e di salvezza. Di qui l'invito di Gesù, ripetuto per ben tre volte, a non aver «timore»: «Non temetegli uomini, poiché non v'è nulla di nascosto che non debba essere svelato, e di segreto che non debba essere manifestato... E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno il potere di uccidere l'anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire l'anima e il corpo nella Geenna... Non abbiate dunque timore: voi valete più di molti passeri!» (vv. 26.28.3 1).
Si può dire dunque che il brano è molto ben congegnato letterariamente, anche se adopera materiale che san Luca pone in altro contesto (12,2 9), ed è tutto posto sotto il segno della lotta al «timore». Qui non si tratta però del «timore» in genere, ma del «timore che aggredisce il testimone cristiano quando giunge a dover confessare la propria fede; allora egli sente la tentazione di conservare segreto (v. 26) ciò che dovrebbe essere portato con tutti i mezzi a conoscenza della gente» . 2
Tutte e tre le volte, poi, che Gesù invita a superare il «timore», lo fa adducendo sempre nuovi motivi.
Il primo motivo è che «non v'è nulla di nascosto che non debba essere svelato ... » (v. 26): cioè quello che Gesù ha detto nel «segreto» ai suoi Apostoli, lungo le strade della Palestina, a pochi e forse distratti ascoltatori, è talmente grande e decisivo che costituirà la base del «giudizio» ultimo davanti al «Padre che è nei cieli» (cf vv. 33 34). Perciò i suoi Apostoli devono avere il «coraggio» di gridare il suo insegnamento davanti al mondo: «Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all'orecchio predicatelo sui tetti» (v. 2 7). L'immagine è quella non solo di un annuncio «urlato» a tutte le genti, in modo che perfino i sordi odano (cf Mc 7,3 7 e parall.), ma anche di un annuncio «urgente»: potrebbe essere l'ultimo, quello della decisione finale!
Il secondo motivo, per cui gli Apostoli non devono aver timore nell'annunciare il Vangelo, è che la «vita», quella vera, sta al di fuori e al di sopra del potere degli uomini (v. 28).
C'è dunque qualcosa che si sottrae alla violenza del tiranno, che pure assassina il nostro corpo: ed è la nostra «anima», che Dio invece accoglie nella sua gloria. E tutta qui la forza del cristiano di fronte al pericolo, anche mortale: in realtà non è lui che perisce, ma il suo assassino o il suo persecutore, perché Dio ha davvero il potere di «perdere» radicalmente l'uomo, nella sua totalità, cioè «anima» e «corpo», nella Geenna del fuoco. Giova quindi saper perdere qualcosa, cioè quella vita che già
di per sé è destinata a perire, per acquistare la vita eterna: la «scommessa» è tutta a favore di chi apparentemente è il perdente! E il «perdere la propria vita» per «ritrovarla», come verrà ricordata paradossalmente nel seguito di questo discorso ( 10,3 9), che conta: il resto, anche «guadagnare il mondo intero» (cf 16,26), non vale nulla. Il terzo motivo, per cui non c'è da aver timore nell'annunciare con franchezza il Vangelo, è preso dalla considerazione della «provvidenza», sempre vigile e premurosa, del Padre celeste. Al suo sguardo non sfugge neppure il destino di due passerotti che valgono appena un «soldo», cioè quasi nulla: «Eppure neanche uno di essi cadrà a terra senza che il Padre vostro lo voglia. Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati; non abbiate dunque timore: voi valete più di molti passeri!» (vv. 29 3 1). Come si vede, è un argomento «a fortiori», che tende a infondere coraggio al predicatore del Vangelo.
Ma la forza dell'argomento non sta tanto in una specie di «preservazione» assicurativa del discepolo di Cristo dal male, quanto nella «promessa» che Dio sarà con i suoi sempre, qualunque cosa avvenga: anche se dovranno «cadere» nella rete dell'uccellatore, come avviene per i passeri. Niente è senza senso nella vita, soprattutto il soffrire, e più ancora il morire, «a causa di Cristo e del Vangelo». Anzi, questi momenti sono quelli più carichi di forza salvante e testimoniante, proprio come è avvenuto per Gesù, che ha dato la sua testimonianza più grande «alla verità» (cf Gv 18,37) morendo assassinato sulla croce. Il brano si conclude con una sentenza, in forma di parallelismo antitetico, che rimanda al quadro finale del giudizio, già in parte evocato dal v. 26: «Non v'è nulla di nascosto che non debba essere svelato, e di segreto che non debba essere manifestato». Non i tribunali umani hanno da temere gli annunciatori del Vangelo, che possono anche condannarli a morte, ma quello più rigoroso e senza appello di Dio, in cui Cristo stesso fungerà da avvocato difensore, o da accusatore, secondo i casi. Infatti, «chi mi riconoscerà davanti agli uomini, anch'io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch'io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli» (vv. 32 33).
L'annuncio del Vangelo non è l'annuncio di una dottrina, ma di una persona, Cristo. E questo non solo perché lui è il protagonista e l'oggetto, per così dire, di tutto il Vangelo; ma anche perché è colui che «manda» a predicarlo. Tutto è legato a lui: qualsiasi infedeltà, o vigliaccheria, o tradimento verso il Vangelo diventa «misconoscimento» di Cristo. Ec¬co perché è lui a «riconoscerci» o a «rinnegarci» davanti al Padre.
In tal modo Cristo si pone come «valore» determinante per ogni persona. Egli sta al centro del destino umano, sia degli Apostoli che devono annunciarlo, sia di tutti gli altri che devono riceverne il messaggio.
Bisogna che la Chiesa riprenda il coraggio di annunciare il Vangelo «sui tetti», senza temere ostilità e persecuzioni. Quando la Chiesa ha paura, è allora che prevale «l’antivangelo», che tende ad addormentare le coscienze e a fare degli uomini un immenso gregge disorientato e smarrito, preda del primo «mercenario» che incontra sul suo cammino. Questa fiducia nella forza del Vangelo, la Chiesa deve riprenderla, oltre che per tutti i motivi detti sopra, anche per il fatto che, se è vero che il «peccato» ha una grande potenza di devastazione, più grande è la «potenza della grazia» acquistataci da Cristo.
E' quanto ci ricorda la seconda lettura, in cui san Paolo mette a confronto l'opera di demolizione compiuta dal primo Adamo e l'opera di ricostruzione compiuta da Cristo: «Come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini perché tutti hanno peccato... Ma il dono di grazia non è come la caduta: se infatti per la caduta di uno solo morirono tutti, molto di più la grazia di Dio e il dono concesso in grazia di un solo uomo, Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti gli uomini» (Rm 5,12.15).
Anche questo fa parte del Vangelo, che la Chiesa e i cristiani debbono coraggiosamente annunciare al mondo, nonostante tutte le apparenze contrarie: «la grazia di Dio», in Cristo Gesù, «si è riversata in abbondanza» su tutti gli uomini per offrire a tutti, anche a quelli che perseguitano i discepoli del Signore, la salvezza, sia quella che si consuma nella storia, sia quella che trascende la storia.

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Giovanni Paolo II

"Desidero esprimere la mia approvazione e il mio incoraggiamento a quanti, a qualunque titolo, nella Chiesa continuano a coltivare, approfondire e promuovere il culto al Cuore di Cristo, con linguaggio e forme adatte al nostro tempo, in modo da poterlo trasmettere alle generazioni future nello spirito che sempre lo ha animato"
Messaggio nel centenario della consacrazione del genere umano al Cuore divino di Gesù


Parole di Gesù Divina Misericordia a
Santa Faustina Kowalska
Per confermare il tuo spirito parlo attraverso i Miei rappresentanti, in conformità di quello che esigo da te, ma sappi che non sarà sempre così. Ti contrasteranno in molte cose e per questo si manifesterà in te la Mia grazia e che questa faccenda è Mia, ma tu non aver paura di nulla, Io sono sempre con te. Sappi ancora questo, figlia Mia, che tutte le creature, sia che lo sappiano, sia che non lo sappiano, sia che vogliano, sia che non vogliano, fanno sempre la Mia volontà.
 


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