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Data inserimento: 25/12/2004 SANTO NATALE
Vangelo (Gv 1, 1-18) In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l'hanno accolta. Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Egli non era la luce, ma doveva render testimonianza alla luce. Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo riconobbe. Venne fra la sua gente, ma i suoi non l'hanno accolto. A quanti però l'hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità. Giovanni gli rende testimonianza e grida: “Ecco l'uomo di cui io dissi: Colui che viene dopo di me mi è passato avanti, perché era prima di me”. Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia. Perché la legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. Dio nessuno l'ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato. «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, era Dio... e si fece carne, e venne ad abitare in mezzo a noi...». Questo brano del Vangelo, che chiamano il Prologo di Giovanni, non ci offre quelle sfumature di tenerezza che troviamo nel racconto del presepe di Betlemme, ma fa appello diretto e asciutto all'intelligenza. E propone - a noi che abbiamo negli occhi la poesia del presepe - un argomento ostico da accogliere: riguardo al Verbo, Figlio di Dio, assistiamo a una discesa vertiginosa, a un abbassamento sui pianeta Terra, che si approssima allo zero. Ci sentiamo così invitati a lasciar da parte la poesia, e a usare la ragione. Vediamo che nel Natale non c'è solo il passaggio dall'infinito al finito, dal divino all'umano. Ci inquieta abbastanza quel bambino deposto in una mangiatoia. Qualcuno ha detto che per capire un neonato bisogna mettersi nei suoi pannolini. Ahimé, Gesù non aveva i Lines, solo qualche ruvida fascia e la paglia della stalla. Una nascita da Terzo Mondo, come uno dei bambini poveri di ieri oggi e domani, senza prospettive e senza destino. Non è tutto: di questa nascita che ha ridatato la storia, noi non siamo neppure in grado di indicare l'anno in cui avvenne. Nel quarto secolo un monaco chiamato Dionigi il Piccolo credette di aver trovato quale fosse l'anno uno, ma poi altri studiosi scoprirono errori nei suoi calcoli, e ora ci spiegano che Gesù è nato quattro o cinque anni prima, o forse nove. Insomma, che oggi saremmo nell'anno... [2010] o magari [2007). Tanto meno sappiamo il giorno e mese di quella nascita: altri studiosi ci dicono che la data del 25 dicembre è stata solo una scelta saggia, ben calcolata, operata dalla Chiesa dei primi secoli, per soppiantare con una festa cristiana di alto contenuto spirituale, un'antichissima festa pagana. E decisamente pagana. Una festa che da sempre si celebrava nell'antica Roma in onore del «Sole invitto»: in questo periodo dell'anno astronomico infatti le notti, che sono lunghissime, cominciano ad accorciarsi, e i giorni ad allungarsi. È la luce che vince le tenebre, è la vita che la vince sulla morte. E come non vedere in questa luce il Signore? San Giovanni aveva già scritto di Gesù nel prologo: «In lui era la vita, e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre». I cristiani dei primi secoli a ragione videro nel Sole invitto il loro Gesù, e presero a festeggiarlo il 25 dicembre.
C'è un altro risvolto inquietante. Questa nascita del Signore, che pure ha finito per sconvolgere la storia, quando accadde - al tempo dell'imperatore romano Cesare Augusto - fu ignorata dal grande mondo. Luca ci ha raccontato che solo venne annunciata a pochi pastori dei paraggi, intenti a vigilare tra le loro pecore. Tutto li. Non abbiamo ancora toccato il fondo. Questa discesa, questo abbassamento del Verbo incarnato a Betlemme, è stato solo l'inizio di uno sprofondare che avrà ulteriori sviluppi in negativo: i Vangeli ci hanno raccontato in lungo e in largo il fallimento umano di Gesù, considerato profeta in Israele e ipotizzato liberatore del suo popolo. · Gesù durante la vita pubblica avrà per qualche tempo l'appoggio timido delle folle, ma quella simpatia si scioglierà come la neve, al momento della prova. · Gesù conoscerà l'ostilità dei potenti, non potrà sfuggire allo scontro con loro, e subirà la loro piena vittoria, quando lo elimineranno con una morte infamante sul patibolo a quei tempi riservato agli schiavi. · E un pesante macigno sarà rotolato come sigillo intenzionalmente definitivo sulla sua tomba. Ecco il rifiuto aggressivo operato dalle tenebre, di cui ha parlato Giovanni nel Vangelo: «La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l'hanno accolta». «Il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo riconobbe.» «Venne tra la sua gente, ma i suoi non l'hanno accolto.» Le tenebre hanno cercato di estinguere la luce. Ha fatto eco san Paolo: «Cristo Gesù, pur essendo di natura divina, spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo, e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte, e alla morte di croce» (Fil 2,5-8). È sconcertante, quasi scandalo per la nostra intelligenza, questo comportamento di Dio che è entrato nella storia umana per la porta di servizio e si è messo in cerca degli uomini in maniera così arrischiata. Èil paradosso del Natale. Ma quello che può sembrare un fallimento, un annientamento, è stato capovolto in modo imprevedibile dal progetto di Dio. Leggevo in un libro che con le sue creature Dio si è comportato come fa la mamma, ogni mamma, col suo bambino. Quante volte avremo visto quel gesto. Lei alta, grande, lui piccolino - due soldi di cacio -a terra. Ma ecco lei si china, si abbassa, si porta al livello del suo bambino. Si fa piccola con lui, come lui. Ma poi lo afferra con le mani e si alza, lo porta in alto con sé, lo solleva alla propria altezza, e gli dona un bacio. Ecco, è ciò che ha fatto Dio con l'uomo. Il significato del Natale forse è proprio qui: Dio scende e si fa uno di noi perché l'uomo possa risalire all'altezza di Dio. «Il Verbo di Dio si è fatto uomo, per fare di noi una creatura divina» (sant'Atanasio). Tutto questo lo hanno capito bene i santi. * Don Bosco in un Natale diceva ai suoi ragazzi: «Pensate al grande mistero che si sta compiendo: un Dio che si fa uomo! Bisogna che la mia anima sia qualcosa di grande, se i cieli e la terra si commuovono e un Dio viene a farsi bambino proprio per me». * Diceva san Bernardo di Clairvaux: «Quando Dio sta sul trono della sua grandezza e maestà, ispira timore e rispetto; ma quando si mostra sotto la forma di un bambino, ispira amore». * Diceva il papa Leone Magno secoli fa, in una notte di Natale: «Il nostro Salvatore, carissimi, oggi è nato: rallegriamoci! Non c'è spazio per la tristezza nel giorno in cui nasce la vita: una vita che distrugge la paura della morte, e dona la gioia delle promesse eterne». E insisteva con forza: «Riconosci, cristiano, la tua dignità, reso partecipe della natura divina!». Di fatto Dio ora non è più soltanto un nome: è diventato un volto, un amico, un parente, un fratello in Gesù. Un padre nel Padre. Però noi non possiamo fermarci alle constatazioni, la nascita di Gesù non è un tranquillante, siamo sollecitati a vivere e rivivere questa vicenda. «Anche se Cristo nascesse mille e diecimila volte a Betlemme - ha osservato un mistico, Angelo Silesio - a nulla ti gioverà se non nasce almeno una volta nel tuo cuore». Di fatto ogni anno in questi giorni corriamo un grosso rischio: che Natale torni a essere la festa del Sole invitto. Festa pagana. Gli storici l'hanno descritta: con i suoi giochi al circo, le gozzoviglie, e ogni sorta di licenze morali. Piaceva, e durava lungo i secoli, perché era gradita così. La Chiesa ha provato a stendere su questa festa come un manto, per nasconderne le brutture. Ma per poco che si gratti, in una società che volentieri sovente si comporta da pagana, ecco saltare di nuovo fuori gli antichi riti divenuti oggi i ben noti riti del Natale consumistico. Non molti anni fa un poster della pubblicità annunciava sui muri delle città italiane: «A Natale siamo tutti più buoni!», e dal soggetto in fotografia lasciava capire che a essere più buoni erano polli, tacchini, salumi, lepri in salmi. Un burlone ha osservato: «Le specialità delle feste di Natale finiscono tutte in one: cappone, capitone, torrone, panettone. E indigestione». Ma un umorista cristiano ci ha dettato questa poesia ironica, intitolata «Natale». Tre versi in tutto: «Una cometa di lampadine / per la nascita I del panettone» (Paolo Del Vaglio). E Gianni Rodari, uno scrittore per le scuole, in un momento di buonismo ha proposto agli scolaretti quattro versi come invito alla solidarietà: «Se ci diamo la mano I i miracoli si faranno, / e il giorno di Natale I durerà per tutto l'anno». Non arriveremo mai a capire a fondo quelle parole dell'evangelista Giovanni: «E il Verbo si fece carne, e venne ad abitare in mezzo a noi». Siamo nel mistero di Dio. Ma vale la pena che ci proviamo: a capire, e a vivere.
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Giovanni Paolo II
"Desidero esprimere la mia approvazione e il mio incoraggiamento a quanti, a qualunque titolo, nella Chiesa continuano a coltivare, approfondire e promuovere il culto al Cuore di Cristo, con linguaggio e forme adatte al nostro tempo, in modo da poterlo trasmettere alle generazioni future nello spirito che sempre lo ha animato"
Messaggio nel centenario della consacrazione del genere umano al Cuore divino di Gesù
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Parole di Gesù Divina Misericordia a Santa Faustina Kowalska
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Primo venerdì del mese. Dopo la S. Comunione improvvisamente vidi Gesù che mi disse queste parole: “ Adesso so che non Mi ami per le grazie né per i doni, ma perché la Mia volontà ti è più cara della vita. Per questo Mi unisco a te così intimamente come con nessun'altra creatura”.
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